Io mangio fresco, naturale, sano… un modo di dire o un modo di fare?

Mai come negli ultimi anni la sensibilità verso ciò che mangiamo è stata così alta.

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Lo dimostra il fatto che nonostante il perdurare (o, per meglio dire, peggiorare) delle difficoltà economiche delle famiglie italiane, la ricerca di cibi che siano il più possibile freschi e naturali sembra non conoscere soste.  Ciò che però è più paradossale è che in realtà pochi sanno che cosa realmente stanno mangiando così come alcune abitudini divenute moda negli ultimi decenni hanno messo radici talmente profonde da essere oramai intoccabili nelle abitudini quotidiane.

Parliamo di alimenti estremamente banali, di consumo quotidiano: il latte, il caffè, le verdure e il pane.  Ma parliamo anche di minestre, insalate e pastasciutte.

Partiamo ad esempio dalle verdure e insalate : in questi casi le differenze non sono certo positive per le tasche degli italiani. Dal 1998 al 2010 il consumo di verdure fresche è diminuito del 22 %; ma, nello stesso periodo, il consumo di le verdure “quarta gamma” ovvero quelle già pulite e confezionate (e comunque conservate…) è aumentato del 200 %. La vita commerciale di questi ortaggi va dai 5 ai 7 giorni.( per chi volesse maggiori informazioni  http://www.intempo-online.com/alimentazione/189-alimenti-di-iv-gamma.html)
Eppure pochi sanno che questi prodotti sono più facilmente deperibili della verdura fresca, e che per il loro mantenimento vengono lavorati a temperature prosime allo zero.

Chi mai comprerebbe dal fruttivendolo un’insalata che abbia sei giorni ? eppure la scelta si orienta sempre di più sulla soluzione “ready to use” come dicono gli inglesi, alla faccia del comprare direttamente dal contadino. Da notare come l’Italia – da sempre paese produttore di frutta e verdura per eccellenza – sia il secondo consumatore, dopo gli inglesi, di questo tipo di verdure. Il costo? normalmente è di 5- 6 volte maggiore rispetto al prodotto fresco. Alla faccia della crisi e del risparmio…

caffèNon fa certo eccezione il caffè: in pochi anni siamo passati dall’acquisto di caffè tostato in grani da macinarsi in casa prima di metterlo nella moka alle capsule da mettere nelle macchinette che simulano quelle da espresso dei bar. Più buono ? certamente no, poichè un caffè appena macinato e messo sul fuoco ha un aroma che molti hanno completamente dimenticato.

Pù economico?   Ancor meno, visto che le capsule costano un’ira di Dio e (alla faccia dell’ecologia) producono una montagna di rifiuti di plastica. Senza considerare il consumo di energia elettrica necessaria a portare in temperature e pressione le macchinette di casa che si usano con le capsule. Il prezzo ? considerato quello al chilo, andiamo dai più economici (intorno ai 40 euro ) per arrivare oltre gli 80 euro al kg. Mediamente ( un caffè Lavazza, tanto per non far nomi…) siamo a 50 € al chilogrammo.( vedi: http://www.ilfattoalimentare.it/capsule-caffe-espresso-casa-cialde.html)

E quello tradizionale, in grani o macinato? Sempre Lavazza siamo intorno ai 16 € al chilo, male che vada 18 – 20 . Meno della metà, alla faccia del risparmio (e, a dirla tutta, anche del gusto…).  Ma volete mettere la comodità o il piacere di imitare George Clooney?

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Bucatini alla amatriciana surgelati Findus 600 g

Piatti pronti: qualcuno ricorda le minestre o le pastasciutte della nonna? Avete mai provato a confrontare i costi di una pasta al pomodoro con qualche foglia di basilico e quelli di “quattro salti in padella” ‘ lasciamo perdere, potreste scoprire che anche voi  avete pagato carissima la minor perdita di tempo. Fatta regolarmente, la spesa potrebbe essere paragonabile all’avere una persona in casa qualche giorno alla settimana… Stefano Canova, nella sua tesi di laurea del 2013, (http://tesi.cab.unipd.it/44323/1/Canova_Stefano.pdf) ha esaminato il mercato delle zuppe pronte. Scopriamo così che in Italia, il paese della buona cucina e delle mamme supercuoche il giro d’affari dei piatti pronti è stimato in circa 2 miliardi di euro, rappresentando quasi il 10 % del mercato europeo del settore.

Dunque, come abbiamo visto, la praticità e la comodità di consumo si pagano carissime, e anche un mercato come il nostro piegato dalla crisi economica non fa eccezione disposto come è a spendere a piene mani pur di avere tutto pronto in tavola. Che poi la qualità sia quella del prodotto fresco o del caffè appena torrefatto è tutto da vedere.

 

Dove invece il discorso cambia drasticamente è nei due prodotti freschi quotidiani più tipici degli italiani: il latte e il pane. In questo caso il fresco costa di più del “vecchio” ( o conservato che dir si voglia…), ma di colpo il consumatore diventa attento a ciò che spende e pur di risparmiare sceglie prodotti conservati spesso di dubbia origine e dei quali poco o nulla sa di quando e come sono stati preparati.

Partiamo dall’alimento semplice e fresco per eccellenza: il latte.

tratto da : repubblica.it

tratto da: repubblica .it

Solo nell’ultimo anno, anche se i consumi sono rimasti invariati, il latte fresco ha avuto un calo di quasi il 5% in volume. Su un valore complessivo di circa 2 miliardi di euro, ben 1 miliardo e 200 milioni riguardano il latte a lunga conservazione e solo 800 milioni il latte fresco.

La differenza di costo? circa il 25 % ma, se facciamo un pò di conti, ciò significa che mediamente ogni italiano spende meno di 40 centesimi al giorno.

Vale veramente la pena di rinunciare ad un prodotto fresco per una differenza in più o in meno di 5 centesimi ?

E per il pane il discorso sta diventando analogo: una baguette precotta surgelata, preparata non si sa dove, nè quando nè come ( il mercato dell’Unione Europea comprende anche i Paesi dell’Est Europa sui quali è lecito porsi qualche interrogativo … ) costa qualche centesimo in meno di un pane fragrante fatto e venduto in giornata, senza bisogno di essere conservato nè di fare centinaia di chilometri di trasporto.

Se poi consideriamo che un pane fatto con gli ingredienti permessi in quel paese può liberamente girare in tutta Europa ed esere commercializzato dovunque   sempre con il nome di “pane”, e dunque indistinguibile da quello italiano, il gioco è presto fatto.

 

La conclusione, amarissima, è che la grande distribuzione oramai decide ed orienta i gusti e gli acquisti dei consumatori, facendoli spendere uno sproposito laddove potrebbero risparmiare e mangiare più fresco e più naturale e per altro verso li convince che stanno risparmiando virtuosamente (pochi centesimi…) su prodotti che sono comunque poveri e che al supermercato in ogni caso renderebbero poca roba.

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Humprey Bogart

Ma, parafrasando Humphrey Bogart che nel film “L’ultima minaccia” conclude il film con la frase “That’s the press, baby! The press! And there’s nothing you can do about it. Nothing!” (“E’ la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi fare niente. Niente!”) potremmo dire “questo è il mercato, bellezza”. Ma forse, nel nostro caso, con un pò di buonsenso qualcosina si potrebbe anche fare…

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