DIECI SPLENDIDI ANNI

Panificatori, uomini liberi.

Sono trascorsi esattamente dieci anni da quella domenica del 12 dicembre 1999, quando, in una sala del Jolly Hotel di Porta Pinciana a Roma, si tenne una delle assemblee più drammatiche della storia della nostra federazione: per rendere l’idea del clima di tensione in cui tutto ciò avvenne, basterà ricordare che si dovette far presidiare l’ingresso dalla forza pubblica a garanzia del suo regolare svolgimento messo fortemente a rischio da azioni di forza che, ispirate dalla Confcommercio di Sergio Billè, miravano apertamente a sottomettere ed impadronirsi della nostra organizzazione.
Le 46 Associazioni provinciali presenti – largamente rappresentative dei panificatori italiani e molte delle quali facenti storicamente parte di ASCOM provinciali -sottolinearono con grande determinazione la necessità di garantire a qualunque costo l’autonomia della categoria già messa a dura prova nei mesi precedenti con il tentativo, neppure troppo mascherato, di commissariarla imponendo alla Federazione quale segretario generale un funzionario ASCOM di Arezzo, tale Franco Marinoni , ad un costo tale da rendere invitabile il fallimento della Federazione e il conseguente ed ovvio impossessamento della nostra struttura da parte della Confcommercio stessa. Tutto ciò era avvenuto a seguito di precisi accordi assunti con Billè dall’allora Presidente Catalano ( divenuto per l’appunto presidente grazie ai voti a vario titolo garantitigli dallo stesso Billè) il quale , a fronte della consegna “chiavi in mano” della Federazione, avrebbe dovuto avere in cambio congrui benefici “ad personam “ ma soprattutto a favore di un suo strettissimo congiunto.
Ma poiché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, le cose andarono diversamente: Catalano non mise in conto la malattia che lo stava consumando e Billè, una volta vistolo ridotto male, ritenne di potersi prendere la Federazione senza dar nulla in cambio. Ciò determinò un deciso cambio di posizioni in Catalano che spese tutti i giorni di vita che gli rimanevano per far sì che la Federazione potesse rimanere autonoma anche dopo la sua scomparsa.
Nel corso di quell’assemblea del 1999, tenutasi per l’appunto subito dopo la morte di Catalano, chi scrive venne chiamato ad assumere l’incarico di presidente federale in una situazione di assoluta emergenza anche – ma non solo – economica, con centinaia di milioni di debiti da onorare e in una condizione organizzativa alle corde. Solo dei pazzi quali sono i panificatori, abituati ai sacrifici e muniti di uno smisurato senso di orgoglio professionale potevano pensare di poter affrontare, fronteggiare e superare in un confronto a viso aperto con la più grande struttura confederale italiana della piccola impresa che rimaneva sempre più decisa e determinata ad annientarne l’autonomia. Billè e Cerroni, allora Segretario generale scesero in campo ripetutamente e in prima persona, provarono ad occupare fisicamente la sede federale, tentarono in tutti i modi la carta della scissione fino a costituire un’organizzazione – Assipan – da sempre esistente sulla carta e nei proclami ma, in concreto, incapace di qualunque contributo positivo in favore dei panificatori italiani.
Ciò che avvenne dopo quel 19 dicembre è storia nota: quattro processi hanno sancito la nostra correttezza di comportamento in quel frangente condannando ripetutamente Confcommercio – direttamente o, indirettamente , attraverso gli scherani di cui si era servita – al pagamento di cifre anche consistenti.
Furono anni sindacalmente durissimi nei quali dovemmo ricostruire letteralmente tutto, analogamente a ciò che accadde all’Italia nel dopo guerra : in primo luogo la credibilità della categoria e della federazione in campo nazionale ed internazionale, e lo facemmo riallacciando relazioni sindacali (il contratto di lavoro era rimasto in sospeso per quasi due anni ), rapporti con le Associazioni, accreditamenti nei ministeri di competenza e presenza reale sul territorio. Anche il riequilibrio della situazione economica sia federale che dell’Arte Bianca, oramai tali da rendere quasi inevitabile il fallimento e la chiusura, furono affrontate con altrettanto coraggio e determinazione.
Ma, soprattutto, si trattò di ricostruire la fiducia dei panificatori nelle proprie organizzazioni e ridare slancio a quell’orgoglio di categoria che ha sempre caratterizzato la nostra professione.
Ci vollero quasi cinque anni per raggiungere questi risultati ed il merito non fu di chi presiedeva la Federazione quanto piuttosto di quell’impegno fortissimo e corale che i presidenti provinciali avevano assunto quella domenica di dicembre del ’99 e che rispettarono con forza e a costo di sacrifici morali e materiali, pagando spesso in prima persona lo scontro con la Confcommercio da uomini che nella Confederazione vivevano e della quale si sentivano parte. Fu la dedizione ed i sacrifici fatti da questi dirigenti che nel territorio permisero ricostruire la fiducia dei panificatori nelle proprie organizzazioni e ridare slancio all’attività sindacale.
Finita nel dicembre del 2005 l’era Billè nel modo che tutti sanno, con la presidenza di Carluccio Sangalli si avviò una stagione di rinnovato ottimismo e speranza per una ricomposizione di una frattura che mai avevamo voluto e che Sangalli a più riprese aveva dichiarato di considerare assurda e superabile .
A poche ore dalle dimissioni di Billè , commentando il futuro prossimo della Confcommercio relativamente alla questione panificatori , il nuovo presidente ancora “in pectore” Sangalli ebbe a dire testualmente:
” tranquilli, se finora c’era Sergio, adesso c’è Carluccio” significando con ciò che il problema doveva considerarsi oramai superato.
Da quel giorno, e fino ad oggi, si sono susseguiti contatti, incontri, documenti in un crescendo di parole inutilmente consumate, in un attendismo sempre più lungo e vano e con l’ottimismo e la fiducia che lasciavano gradualmente il passo alla perplessità prima e alla delusione – anche e soprattutto personale – dopo.
Se nell’era Billè abbiamo affrontato una guerra per rimanere indipendenti, oggi dobbiamo fare i conti con lusinghe e minacce più vellutate e politiche, ma non per questo meno insidiose poiché per la Confcommercio l’obiettivo rimane, con chiarezza, semplicemente quello di ingoiarsi questa Federazione. Se per Von Klausevitz “ la guerra non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi “, nel nostro caso, al contrario, la politica tenta di cogliere il risultato là dove la guerra ha fallito. E se qualcuno la ritiene un’affermazione esagerata, trovi una spiegazione migliore al mancato rispetto degli accordi già ripetutamente confermati e mai sottoscritti e dia un’interpretazione diversa alla nomina di una sciagura sindacale quale è Conti nella Giunta della Confederazione stessa: fosse consigliere in una vostra associazione provinciale, dopo la famosa trasmissione di Porta a Porta lo avreste buttato fuori a calci subito la mattina dopo.
In questi dieci anni l’autonomia ed il prestigio della Federazione sono cresciuti e si sono rafforzati. La stabilità economica è stata raggiunta e consolidata e sono molti i risultati raggiunti: siamo una delle poche, forse l’unica, organizzazione di categoria ancora indipendente ed autonoma che quando tratta con il Governo, le istituzioni o le organizzazioni dei lavoratori lo fa nel solo ed unico interesse dei panificatori e non di altri. Lo facciamo al Ministero delle Finanze, alle attività produttive, in Parlamento ed anche in sede comunitaria presentando disegni di legge, pareri e partecipando ad audizioni. Non siamo una delle tante categorie facenti parti di una o dell’altra confederazione dove una voce unica media interessi diversi spesso anche contrastanti tra loro. Noi rappresentiamo solo e soltanto i fornai e le loro famiglie. E poco importa se, a volte, le nostre scelte non fanno felici altri artigiani, o commercianti o ristoratori o altre categorie quando sono in conflitto con i nostri interessi .
Ma la libertà e l’autonomia non sono mai gratuite: costano fatica. Per mantenerle bisogna essere consapevoli della propria forza così come delle proprie debolezze ma, soprattutto avere la determinazione ed il coraggio di misurarsi a testa alta con chiunque metta in discussione il nostro diritto a decidere autonomamente per la nostra categoria. Senza cedimenti e senza paura di pretendere il rispetto che ci è dovuto.
Come dice un vecchio proverbio calabrese “chi agnello si fa il lupo lo mangia”.
E , grazie a Dio, noialtri agnelli non lo siamo mai stati né intendiamo diventarlo.

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