OTTOBRE: il mese delle fave.

16 ottobre 2010

Da sempre le fave di mandorla sono il dolce tipico triestino di fine ottobre. Fave dei Morti dunque, poiché l’usanza vuole che si regalino alle persone care il 2 di novembre.

Vale la pena di fare qualche riflessione in più su questo dolce, tanto semplice nella sua ricetta quanto delicato nella preparazione.  Prima di tutto gli ingredienti, essenzialmente mandorle e zucchero. Tradizionalmente, le fave sono bianche (all’impasto di base viene aggiunta un po’ di vaniglia) rosa (l’essenza di rosa bulgara ne caratterizza il gusto del tutto particolare) e quelle nere o, per meglio dire, marrone scuro, quando all’impasto base viene aggiunto del cacao.   A questi tre colori base molti anni fa abbiamo aggiunto le fave gialle ottenute con un’aggiunta di cognac o brandy. Messa così la loro preparazione sembra facile, ma in realtà la loro qualità dipende moltissimo dagli ingredienti e dalla loro lavorazione.

Perché le fave di mandorla?

Perché le fave sono il dolce tipico triestino di questa stagione?. Difficile dirlo con certezza, ma una delle ipotesi è, come avviene per buona parte dei prodotti tipici locali, legata alle caratteristiche agricole del territorio.

Per comprenderlo meglio bisogna ricordare che nei paesi carsici il mandorlo è sempre stato un albero presente nelle case dei contadini, e che è proprio ottobre il mese nel quale le mandorle vanno raccolte. La mandorla, come tutta la frutta secca, deve comunque essere utilizzata entro l’anno di produzione tendendo altrimenti ad irrancidire a causa degli olii presenti nel frutto. Ovvio dunque che, con il nuovo raccolto, spesso si ponesse il problema dell’utilizzo di quanto avanzato dall’anno precedente che difficilmente avrebbe potuto superare un’altra estate senza irrancidire.  Si trattava quindi di utilizzare un frutto secco oramai maturo che stava per essere sostituito dal nuovo raccolto.

Del resto vale la pena di ricordare che Trieste è a tutti gli effetti una città MItteleuropea e che le mandorle sono uno degli ingredienti base di moltissimi dolci dell’Europa continentale, a iniziare proprio dal marzapane del quale le fave triestine sono parenti strette.

Che mandorla usare?

In primo luogo le mandorle: dalla loro qualità e dalla percentuale in peso rispetto allo zucchero dipende gran parte del risultato finale.  Così, ad esempio, una mandorla mediterranea come la “Bari prima scelta” o una “Planeta” alicantina danno eccellenti risultati in termini di sapore mentre altri tipi più economici come, ad esempio, le mandorle California, danno fave molto povere di gusto.  Inoltre una percentuale alta di zucchero (ad esempio 2 parti di zucchero ed una di mandorla)rendono le fave molto dolci mas poco gustose, e serve a poco rinforzarne il sapore con abbondanti aggiunte di essenza di mandorla amara poiché il dolce dello zucchero prevale comunque.

Ma non basta: la mandorla non dev’essere nuova (è proprio  in  ottobre che si raccoglie questo frutto) ma far parte del raccolto dell’anno precedente: in questo modo il frutto è a più basso grado di umidità, più secco e non gommoso, e in esso i sapori si sono ben amalgamati e maturati tra loro.

La raffinazione

Scelta la mandorla, bisogna passare alla sua macinatura, detta “raffinazione”  per ottenere quella che viene comunemente chiamata “farinella” .   proprio in questa operazione sta uno dei segreti di riuscita delle fave. Infatti la macinatura avviene per rottura delle mandorle che vengono schiacciate, mescolate a zucchero semolato, tra cilindri di pietra.  Si tratta di una lavorazione lunga poiché deve essere condotta per fasi successive (da 4 a sei passaggi tra i cilindri) iniziando a rompere le mandorle prima in pezzi grossi e, successivamente, avvicinando sempre più i cilindri tra di loro, riducendo il tutto in farina sottile.  Anche in questo caso la maturazione della mandorla è essenziale poiché una mandorla nuova sarà più gommosa e si lascerà schiacciare prima di rompersi mentre una del raccolto vecchio si spezza con maggior facilità.  Non si tratta di questione da poco poiché una mandorla schiacciata tende a buttare fuori l’olio mentre, per ottenere una farinella  adatta   alla produzione di fave, esso deve rimanere all’interno della farinella stessa. Proprio per questo motivo la raffinazione deve comunque avvenire per stadi successivi, con delicatezza, poiché anche se la mandorla vecchia è più fragile e meno gommosa comunque non potrebbe sopportare trattamenti brutali come potrebbe avvenire con l’utilizzo, ad esempio, di un cutter a lame senza perdere il suo olio naturale.

Impasto, formazione e cottura.

Dalla farinella si passa alla fase di impasto con lo zucchero, gli aromi o il cacao e con l’aggiunta di una piccola quantità di alcool da pasticceria che evaporando in fase di cottura avrà il compito di far gonfiare il prodotto e del quale, nel prodotto finito, non si troverà più traccia. Un pò di uovo può aiutare ad ammorbidire l’impasto specialmente nel caso delle fave scure nelle quali il cacao tende ad asciugarlo e renderlo meno lavorabile.

L’impasto deve presentarsi consistente ma lavorabile in lunghi “bigoli” similmente a quanto si fa con gli gnocchi e proprio come per questi ultimi si provvederà a tagliarli in piccoli pezzettini arrotondandoli successivamente in palline anchje con l’aiuto di un setaccio e di zucchero semolato.

Deposte su teglia, le palline devono essere messe in forno per un tempo brevissimo normalmente compreso tra i sei e i sette minuti: all’uscita del forno devono essere ancora morbide tanto da sembrare quasi un po’ crude. In realtà sarà proprio in fase di rafreddamento a formarsi quella leggerissima crosta che le rende croccanti fuori ma morbide in bocca.

Ultima fase, anch’essa molto delicata, è costituita dal confezionamento che deve essere fatto non appena le fave si sono perfettamente raffreddate per evitare che, rimanendo all’aria, perdano la loro caratteristica morbidezza.

E ora non rimane che assaggiarle.

UN CENTESIMO OGNI CHILO DI PANE PER I BAMBINI DI HAITI

19 gennaio 2010

In questi giorni si versano fiumi di parole sulla tragedia haitiana e da mille parti si invocano aiuti. Una situazione che, passato il clamore e l’emozione di a questi giorni, rischia di far ripiombare i sopravissuti nell’incubo della fame e delle malattie.

Senza famiglia e senza più nessuno che si occupi di loro, centinaia di migliaia di molti bambini rischiano di morire nei primi, critici giorni dell’emergenza ma anche nel futuro che di fame, abbandono e miseria che li aspetta. Ma insieme, possiamo e dobbiamo salvarli . Non farlo significa essere anche noi i primi responsabili del disastro.

Per questo non dobbiamo guardare solo all’emergenza di oggi ma anche e soprattutto garantire un futuro a quei bimbi,  impegnandoci perché anche loro possano sperare in una vita vera ed  un possibile domani.

Possiamo farlo con poco: un centesimo al giorno per ogni chilo di pane non cambierà la nostra vita né la sorte delle nostre aziende, ma può far sopravvivere quei bambini e dare loro un futuro.  

Ogni sei secondi nel mondo  un bambino muore per denutrizione ma bastano 27 centesimi al giorno, fino al compimento del secondo anno di vita, per garantire ad un bimbo una corretta nutrizione e salvarlo dalla denutrizione.  Dunque, donando un centesimo per chilo di pane, cioè un euro al giorno per  quintale di pane, possiamo salvare quattro bambini.

Basta volerlo fare.

DIECI SPLENDIDI ANNI

13 dicembre 2009

Panificatori, uomini liberi.

Sono trascorsi esattamente dieci anni da quella domenica del 12 dicembre 1999, quando, in una sala del Jolly Hotel di Porta Pinciana a Roma, si tenne una delle assemblee più drammatiche della storia della nostra federazione: per rendere l’idea del clima di tensione in cui tutto ciò avvenne, basterà ricordare che si dovette far presidiare l’ingresso dalla forza pubblica a garanzia del suo regolare svolgimento messo fortemente a rischio da azioni di forza che, ispirate dalla Confcommercio di Sergio Billè, miravano apertamente a sottomettere ed impadronirsi della nostra organizzazione.
Le 46 Associazioni provinciali presenti – largamente rappresentative dei panificatori italiani e molte delle quali facenti storicamente parte di ASCOM provinciali -sottolinearono con grande determinazione la necessità di garantire a qualunque costo l’autonomia della categoria già messa a dura prova nei mesi precedenti con il tentativo, neppure troppo mascherato, di commissariarla imponendo alla Federazione quale segretario generale un funzionario ASCOM di Arezzo, tale Franco Marinoni , ad un costo tale da rendere invitabile il fallimento della Federazione e il conseguente ed ovvio impossessamento della nostra struttura da parte della Confcommercio stessa. Tutto ciò era avvenuto a seguito di precisi accordi assunti con Billè dall’allora Presidente Catalano ( divenuto per l’appunto presidente grazie ai voti a vario titolo garantitigli dallo stesso Billè) il quale , a fronte della consegna “chiavi in mano” della Federazione, avrebbe dovuto avere in cambio congrui benefici “ad personam “ ma soprattutto a favore di un suo strettissimo congiunto.
Ma poiché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, le cose andarono diversamente: Catalano non mise in conto la malattia che lo stava consumando e Billè, una volta vistolo ridotto male, ritenne di potersi prendere la Federazione senza dar nulla in cambio. Ciò determinò un deciso cambio di posizioni in Catalano che spese tutti i giorni di vita che gli rimanevano per far sì che la Federazione potesse rimanere autonoma anche dopo la sua scomparsa.
Nel corso di quell’assemblea del 1999, tenutasi per l’appunto subito dopo la morte di Catalano, chi scrive venne chiamato ad assumere l’incarico di presidente federale in una situazione di assoluta emergenza anche – ma non solo – economica, con centinaia di milioni di debiti da onorare e in una condizione organizzativa alle corde. Solo dei pazzi quali sono i panificatori, abituati ai sacrifici e muniti di uno smisurato senso di orgoglio professionale potevano pensare di poter affrontare, fronteggiare e superare in un confronto a viso aperto con la più grande struttura confederale italiana della piccola impresa che rimaneva sempre più decisa e determinata ad annientarne l’autonomia. Billè e Cerroni, allora Segretario generale scesero in campo ripetutamente e in prima persona, provarono ad occupare fisicamente la sede federale, tentarono in tutti i modi la carta della scissione fino a costituire un’organizzazione – Assipan – da sempre esistente sulla carta e nei proclami ma, in concreto, incapace di qualunque contributo positivo in favore dei panificatori italiani.
Ciò che avvenne dopo quel 19 dicembre è storia nota: quattro processi hanno sancito la nostra correttezza di comportamento in quel frangente condannando ripetutamente Confcommercio – direttamente o, indirettamente , attraverso gli scherani di cui si era servita – al pagamento di cifre anche consistenti.
Furono anni sindacalmente durissimi nei quali dovemmo ricostruire letteralmente tutto, analogamente a ciò che accadde all’Italia nel dopo guerra : in primo luogo la credibilità della categoria e della federazione in campo nazionale ed internazionale, e lo facemmo riallacciando relazioni sindacali (il contratto di lavoro era rimasto in sospeso per quasi due anni ), rapporti con le Associazioni, accreditamenti nei ministeri di competenza e presenza reale sul territorio. Anche il riequilibrio della situazione economica sia federale che dell’Arte Bianca, oramai tali da rendere quasi inevitabile il fallimento e la chiusura, furono affrontate con altrettanto coraggio e determinazione.
Ma, soprattutto, si trattò di ricostruire la fiducia dei panificatori nelle proprie organizzazioni e ridare slancio a quell’orgoglio di categoria che ha sempre caratterizzato la nostra professione.
Ci vollero quasi cinque anni per raggiungere questi risultati ed il merito non fu di chi presiedeva la Federazione quanto piuttosto di quell’impegno fortissimo e corale che i presidenti provinciali avevano assunto quella domenica di dicembre del ’99 e che rispettarono con forza e a costo di sacrifici morali e materiali, pagando spesso in prima persona lo scontro con la Confcommercio da uomini che nella Confederazione vivevano e della quale si sentivano parte. Fu la dedizione ed i sacrifici fatti da questi dirigenti che nel territorio permisero ricostruire la fiducia dei panificatori nelle proprie organizzazioni e ridare slancio all’attività sindacale.
Finita nel dicembre del 2005 l’era Billè nel modo che tutti sanno, con la presidenza di Carluccio Sangalli si avviò una stagione di rinnovato ottimismo e speranza per una ricomposizione di una frattura che mai avevamo voluto e che Sangalli a più riprese aveva dichiarato di considerare assurda e superabile .
A poche ore dalle dimissioni di Billè , commentando il futuro prossimo della Confcommercio relativamente alla questione panificatori , il nuovo presidente ancora “in pectore” Sangalli ebbe a dire testualmente:
” tranquilli, se finora c’era Sergio, adesso c’è Carluccio” significando con ciò che il problema doveva considerarsi oramai superato.
Da quel giorno, e fino ad oggi, si sono susseguiti contatti, incontri, documenti in un crescendo di parole inutilmente consumate, in un attendismo sempre più lungo e vano e con l’ottimismo e la fiducia che lasciavano gradualmente il passo alla perplessità prima e alla delusione – anche e soprattutto personale – dopo.
Se nell’era Billè abbiamo affrontato una guerra per rimanere indipendenti, oggi dobbiamo fare i conti con lusinghe e minacce più vellutate e politiche, ma non per questo meno insidiose poiché per la Confcommercio l’obiettivo rimane, con chiarezza, semplicemente quello di ingoiarsi questa Federazione. Se per Von Klausevitz “ la guerra non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi “, nel nostro caso, al contrario, la politica tenta di cogliere il risultato là dove la guerra ha fallito. E se qualcuno la ritiene un’affermazione esagerata, trovi una spiegazione migliore al mancato rispetto degli accordi già ripetutamente confermati e mai sottoscritti e dia un’interpretazione diversa alla nomina di una sciagura sindacale quale è Conti nella Giunta della Confederazione stessa: fosse consigliere in una vostra associazione provinciale, dopo la famosa trasmissione di Porta a Porta lo avreste buttato fuori a calci subito la mattina dopo.
In questi dieci anni l’autonomia ed il prestigio della Federazione sono cresciuti e si sono rafforzati. La stabilità economica è stata raggiunta e consolidata e sono molti i risultati raggiunti: siamo una delle poche, forse l’unica, organizzazione di categoria ancora indipendente ed autonoma che quando tratta con il Governo, le istituzioni o le organizzazioni dei lavoratori lo fa nel solo ed unico interesse dei panificatori e non di altri. Lo facciamo al Ministero delle Finanze, alle attività produttive, in Parlamento ed anche in sede comunitaria presentando disegni di legge, pareri e partecipando ad audizioni. Non siamo una delle tante categorie facenti parti di una o dell’altra confederazione dove una voce unica media interessi diversi spesso anche contrastanti tra loro. Noi rappresentiamo solo e soltanto i fornai e le loro famiglie. E poco importa se, a volte, le nostre scelte non fanno felici altri artigiani, o commercianti o ristoratori o altre categorie quando sono in conflitto con i nostri interessi .
Ma la libertà e l’autonomia non sono mai gratuite: costano fatica. Per mantenerle bisogna essere consapevoli della propria forza così come delle proprie debolezze ma, soprattutto avere la determinazione ed il coraggio di misurarsi a testa alta con chiunque metta in discussione il nostro diritto a decidere autonomamente per la nostra categoria. Senza cedimenti e senza paura di pretendere il rispetto che ci è dovuto.
Come dice un vecchio proverbio calabrese “chi agnello si fa il lupo lo mangia”.
E , grazie a Dio, noialtri agnelli non lo siamo mai stati né intendiamo diventarlo.

NOMEN OMEN

30 novembre 2009

Ovvero:  come sputtanare i fornai italiani e usarli per vivere contenti.

Si chiama INAP, ha sede ad Altomonte (CS) e intende essere il Giudice Del Pane Italiano.  Per chi non lo sapesse, INAP sta per Istituto Nazionale Assaggiatori Pane.  Il suo obiettivo è giudicare il nostro lavoro, le sue competenze sono tutte da scoprire. Chiarissima la posizione nei confronti dei fornai italiani: Per poter voler bene al pane bisogna essere realisti: il pane si è allontanato dai consumatori di oggi! declassato dagli stessi nuovi padri panificatori che, pur di svolgere un lavoro più facile e tranquillo, ne hanno impoverito l’elaborazione, fino a svestirlo di moltissime qualità.” Fatto curioso ma non poi tanto,  INAP nasce proprio presso la CAST di Brescia che fino ad oggi, con corsi e controcorsi, grazie ai suoi Grandi Maestri, proprio dei panificatori ha fatto il proprio business di riferimento principale. Insomma, prima li ha pelati e adesso li sputtana.  Ottimo.

Certo è che ha INAP ha iniziato la propria attività nel migliore dei modi: per l’appunto sputtanando pubblicamente (Repubblica ci si è buttata a pesce e gli ha subito dedicato una pagina intera…)  il lievito compresso ( o di birra, che dir si voglia)  e conseguentemente i fornai che lo usano.  Cioè praticamente noi tutti.  Il presidente, tale Vincenzo Barbieri, annovera tra i titoli di merito l’organizzare sagre di paese, l’essere assessore ma, soprattutto, ristoratore. L’altro compare della combriccola si chiama Eugenio Pol, definito da Repubblica stessa  “Il chimico che divenne oste e panettiere”. Ora, sentite cosa dice questo signore sul lievito compresso, quello che noi tutti, da sempre utilizziamo nel nostro lavoro: “Il problema è il lievito di birra che monopolizza l’impasto, è dannoso per la salute, uccide il sapore. Quello fatto con lievito di birra oggi non lo considero più pane, non solo fa male ma c’è anche un grandissimo spreco, mentre il pane fatto con lievitazione naturale può essere conservato a lungo, si rigenera, rimane vivo“. Affermazioni  non solo prive di alcun fondamento  ma anche calunniose nei confronti sia di chi il lievito lo utilizza sia di chi lo produce.  E tanto più gravi  se si pensa che il soggetto in questione dice di  essersi “ diplomato in chimica nel 1978, svolgo il lavoro dei miei studi per due anni, ma sempre più cresce in me la consapevolezza che non è il mio.” Almeno in questo Pol ha perfettamente ragione, chè qualunque studente di chimica alle prime armi  si guarderebbe bene dall’affermare simili stupidaggini.

Il terzo testimonial della compagnia è il signor Walter Cricri,  di mestiere agronomo e assaggiatore di aceto.  Ora, prima di sentire che cosa sostiene questo signore , consentitemi una piccola divagazione.

Nell’antichità, presso i popoli latini, il cognome non derivava dal padre ma poteva essere attribuito dalla gente. Da ciò la locuzione latina di Nomen  Omen, letteralmente traducibile in “il nome è un presagio dell’uomo” e, dunque, ne rappresenta la caratteristica principale.

Chiarito un tanto, ritorniamo al signor Cricri il cui nome ricorda curiosamente un personaggio di Pinocchio, il Grillo Parlante. E che i latini avessero ragione lo dimostrano le sentenze che il signor Cricri, proprio come il grillo in questione, elargisce ai lettori di Repubblica: “L’analisi sensoriale degli alimenti è una scienza riconosciuta, si fa dell’olio, dei formaggi, del miele e anche dell’acqua minerale, mancava il pane. Le caratteristiche di un buon pane?  Una mollica che abbia le bolle piccole e ben distribuite, le bolle grosse possono essere frutto di una lievitazione veloce, del lievito di birra che si è gonfiato”. E da oggi, signori si cambia: niente più ciabatte con i buchi, vietate nel modo più assoluto le soffiate, guai a chi prepara una baguette e magari ne mostra con orgoglio la mollica piena di buchi irregolari.

Ma sarà mai possibile che un paio di puzzoni che a forza di articolisti compiacenti compaiono sulle pagine dei giornali riescano da soli a erigersi a Giudici del lavoro, delle tradizioni, delle fatiche  di oltre 25mila famiglie italiane? Certo che  qualcuno del nostro mondo che ne avvalora le dichiarazioni, magari dall’alto della propria esperienza sembra proprio essere indispensabile. Un testimonial sempre pronto quando si tratta di promuovere semilavorati e farine, margarine e surgelati. Qualcuno che nel mondo e sul mondo della panificazione vive e prospera da anni e che quel mondo ha saputo usare e sfruttare per scopi ed interessi del tutto personali. Qualcuno che nel piatto prima ci ha mangiato e, una volta raschiatone il fondo, oggi allegramente ci sputa e cerca nuove strade per raggranellare, insaziabilmente, altri quattro miseri soldi.

Ma di tutto questo – e di altro – ne parliamo la prossima volta.

SACCO VUOTO NON STA IN PIEDI

20 novembre 2009

Il flop annunciato del vertice FAO non ha sorpreso nessuno. Tutte le previsioni della vigilia si sono puntualmente dimostrate fondate: nessuno tirerà fuori un centesimo ma tutti elargiranno consigli pieni di buonsenso e assolutamente vuoti di sostanza.
C’è ancora chi crede alla storiella che a chi ha fame non bisogna dare il pesce ma la canna per pescare e insegnargli a farlo. Peccato che chi muopre di fame il tempo per imparare a pescare non gli basta.
Provate voi a dare la canna da pesca ad uno con il bambino che muore per denutrizione: può succedere che s’incazzi di brutto e, anzichè dirvi grazie, ve la metta in quel posto.
Che il progesso, la ricerca e l’innovazione siano importanti è fuori discussione: ma che far mangiare chi non sta in piedi per la fame costituisca una priorità assoluta è altrettanto fuor di dubbio, perchè lo sapevano anche i nostri nonni che “sacco vuoto non sta in piedi”. Riempito il sacco potremo pensare al resto.
Per intanto, noi che siamo persone civilizzate e sensibili ai problemi del mondo, continuiamo a spiegare ai nostri figli che e non devono lasciare nulla nel piatto, pena il rimorso e il sentirsi in colpa nei confronti dei bambini che muoiono di fame: difficile però che il bambino – magari già fin troppo obeso – riesca a comprendere come vuotare il piatto salvi dalla fame chi non ha neppure un pugno di riso al giorno.
Più semplice cercare di capire se ognuno di noi può cercare, nel proprio piccolo, di fare quello che Governi e Capi di Stato praticamente onnipotenti non possono (o non vogliono) fare.
Per esempio, cosa può fare un fornaio che non conta nulla di fronte a un Obama?
Poco, ma sempre meglio di niente. Pensiamo ad esempio a cosa accadrebbe se un fornaio, uno solo e di quelli piccolini che non fanno più di sessanta chili al giorno di pane, decidesse di destinare un centesimo per ogni chilo venduto a questo fine, potrebbe salvare la vita a due bambini. Bastano infatti 27 centesimi al giorno, fino al compimento del secondo anno di vita, per garantire ad un bimbo una corretta nutrizione e salvarlo dalla denutrizione.
Basta volerlo fare.

LA QUESTIONE NON CI RIGUARDA ovvero: ogni sei secondi un bimbo muore di fame

16 novembre 2009

Mentre scrivo a Roma si apre il vertice mondiale della FAO che nelle (buone) intenzioni dovrebbe varare un programma di aiuti ai paesi poveri in grado di diminuire l’enorme numero di affamati, o , per meglio dire, di gente che muore di fame, e sostenere i circa due miliardi di agricoltori che disperatamente cercano di produrre cibo nelle più sperdute e difficili aree del mondo. Che si tratti di vera e propria emergenza non c’è dubbio, anche perché parliamo di oltre un miliardo di persone che rischiano di morire per denutrizione ma che circoli già ora delusione è altrettanto fuor di dubbio visto che i leader occidentali che più contano, Barak Obama in testa seguito da Gordon Brown, Sarkosy e Angela Merkel non saranno presenti. Neppure la prestigiosa presenza del Pontefice, che sottolinea la priorità che ancora una volta con forza la Chiesa assegna al drammatico problema della povertà, è riuscita a superare il muro dell’indifferenza dei grandi interpreti della politica mondiale che pure dei temi sociali – perlomeno a parole – hanno fatto il proprio cavallo di battaglia anche elettorale come recentemente accaduto per l’elezione del presidente degli Stati Uniti.
Presenti invece quasi tutti i leader del mondo che soffre, che, preoccupati dalle sofferenze del proprio popolo, hanno pensato bene di arrivare a Roma con delegazioni che hanno richiesto anche due o tre aerei ed hanno riempito tutti i più lussuosi alberghi della Capitale. E se non sono destinate a far notizia le decisioni che verranno prese, ci pensa il leader libico a ravvivare la situazione che ingaggia 200 hostess per convertirle all’Islam o, più probabilmente, per finire sulle prime pagine dei giornali.
Assisteremo dunque ancora una volta alla sagra dei buoni propositi, come oramai avvenuto infinite volte come dimostra la dichiarazione scritta tra le righe del documento finale (già predisposto) è quanto mai generico ma, probabilmente altrettanto inutile: «fermare immediatamente l’aumento degli affamati nel mondo e, contemporaneamente, diminuirne significativamente il numero». A renderci pessimisti basterà ricordare come all’Aquila i Leader del G8 si impegnarono a versare 20 miliardi di dollari per la sicurezza alimentare e come, ad oggi, non sia arrivato ancora neppure un centesimo. Oppure i risultati concreti giunti dopo il summit mondiale del 2000 che si era posto l’obiettivo di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015: peccato che gli affamati nel 2000 fossero 800 milioni ed oggi, anziché viaggiare verso i 400, sono arrivati ad 1.05 miliardi.
Se le proiezioni sul futuro predisposte dalla FAO sono corrette, nel 2050 la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi di abitanti e, per sostenerla, bisognerebbe aumentare la produzione alimentare del 70%.
Che la questione ci riguardi o meno, rimane il fatto che già oggi ogni sei secondi un bimbo muore di fame.
Diviene così stridente il contrasto tra l’affannarsi di summit dei leader mondiali per la crisi economica ed il fallimento delle banche e l’indifferenza di quelli stessi uomini davanti alle migliaia di morti per mancanza di cibo, di acqua e di medicinali. Ma forse, presi come giustamente siamo dai nostri problemi, si tratta di questioni che non ci riguardano.
Almeno per il momento.

La Scatola Omeopatica

11 novembre 2009

L’omeopatia è un controverso metodo terapeutico basato sul principio di similitudine del farmaco (similia similibus curantur) e sul conseguente utilizzo infinitesimale del farmaco stesso. Il principio sopra enunciato si basa sul concetto che per curare una malattia il medico deve utilizzare una medicina che sia in grado di produrre una malattia artificiale ad essa molto simile, che si sostituisce ad essa per poi scomparire. Le dosi da utilizzarsi dovrebbero essere le minime indispensabili a produrre una indicazione percettibile dell’azione del rimedio, e nulla più, in modo da minimizzare o annullare gli effetti avversi.
Di fatto, le diluizioni delle sostanze utilizzate quale farmaco omeopatico sono di valori talmente grandi (mediamente una parte di farmaco su di un milione di milioni, come dire un millimetro cubo su mille metri cubi ma spesso ancor più spinte) da far dubitare agli scienziati che nel liquido finale vi sia anche una sola mole della sostanza originale: con la conseguente ed ovvia perplessità sull’effettiva utilità di tali terapie.
E proprio l’omeopatia mi è venuta in mente leggendo sulle agenzia di stampa del cosiddetto “Patto del Capranica”, ovvero dell’accordo – messo in campo in tutta fretta nel 2006 – che le cinque Confederazioni delle imprese artigiane, commerciali e dei servizi (Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato CNA e Casartigiani) intendono rafforzare e rendere stabile rivendicando le stesse “la quasi totale rappresentanza del tessuto produttivo italiano” . Ovviamente, esse si affrettano anche a rassicurare i propri rappresentati che con il Patto in questione si vuole solo dare “maggiore consistenza organizzativa e programmatica al nostro coordinamento, senza che ciò significhi, ovviamente, il venir meno dell’identità politico sindacale di ciascuna confederazione”. Così Sangalli, presidente di Confcommercio seguito da Venturi, presidente di Confesercenti che però aggiunge “dobbiamo cogliere quest’opportunità mettendo da parte qualche realtà territoriale che non trova subito l’intesa”. A seguire Malavasi, presidente CNA che non esclude la creazione di una Fondazione e e sottolinea come occorra “fare un manifesto che ci identifica e pensare ad una governance condivisa”. Il tutto “in tempi che devono essere brevi, senza però bruciare le tappe” . A sigillare definitivamente la questione ci pensa Fumagalli, presidente di Confartigianato: “La scatola non è così difficile da avviare. Dopo il rinnovo delle cariche di Confcommercio si potrà fare”. Dunque, si parte nella primavera del prossimo anno.
A chi mastica anche solo un po’ di sindacalese non può sfuggire come le dichiarazioni riportate – nonostante quella di Sangalli che però sembra più di maniera che di sostanza- indichino come la via della grande confederazione unitaria (in evidente contrapposizione con Confindustria) sia oramai definita. E, anche se a tutt’oggi non ci è ancora dato a sapere che cosa conterrà la “scatola” evocata da Fumagalli, quello che sembra chiaro è che le rappresentanze di categoria simili alla nostra conteranno singolarmente sempre meno, annaquate, proprio come le sostanze omeopatiche, in un mare sempre più grande nel quale le loro istanze saranno forzatamente sempre meno importanti e considerate.
Fermo restando il diritto di ognuno a pensarla come crede, personalmente così come sono estremamente scettico sulle effettive possibilità di successo dell’omeopatia lo sono almeno altrettanto sui grandi rassemblement sindacali nei quali le identità professionali sono tristemente destinate a diluirsi ed annegare .

Quale fine faranno le singole categorie ad oggi già fin troppo unitariamente rappresentate nelle singole confederazioni? Sone decine – per non dire centinaia – i casi nei quali sul territorio a un singolo segretario sono affidate dieci, venti e a volte anche più associazioni, con il risultato che solo poche, normalmente quelle numericamente più importanti, vengono realmente seguite. Per altre, considerate minori, si riesce a malapena a trovare il tempo per organizzare una riunione annuale.
E, dunque, quando tutte e cinque le confederazioni si uniranno tra loro sarà legittimo aspettarsi che per prima cosa vi sia una “razionalizzazione” di uffici e segreterie , il che significherà diluire ancor di più il peso di ogni singola categoria nel calderone generale fino a che, proprio come avviene con le sostanze omeopatiche, faremo fatica anche solo a ritrovare le singole associazioni già oggi in gran parte private della loro identità ed utili solo a fornire liste di iscritti per i posti camerali e clienti per i centri servizi sempre più affamati di soldi.
Se questo è il futuro che attende le piccole imprese bene faranno i panificatori italiani a rafforzare con ancor maggiore determinazione la propria autonomia e la propria identità professionale, che in una realtà come quella descritta – che peraltro sembra essere già determinata – sarebbero destinati, assieme a molte altre tipologie imprenditoriali, a sparire dalla scena della rappresentanza sindacale.
Non sarà inutile ricordare come proprio grazie alla nostra autonomia abbiamo fin qui trattato autonomamente il contratto di lavoro, rappresentato e difeso efficacemente i panificatori nelle più alte sedi istituzionali quali il Ministero del lavoro e quelli delle Finanze, della Sanità e delle Attività produttive. Siamo la categoria con il maggior numero di revisioni degli studi di settore, l’unica che tempestivamente ha posto il problema degli allergeni, quella che al decreto Bersani ha saputo rispondere con proposte moderne e all’avanguardia. Prima di perdere tutto questo pensiamoci bene, perché una volta intrapresa la strada della resa non sarà più possibile tornare indietro.
Molti, troppi malati che si sono affidati all’omeopatia si sono resi conto troppo tardi che quella che sembrava la strada più semplice e naturale era soltanto un’inutile illusione. Curarsi seriamente costa fatica e sacrificio proprio come costa fatica andare contro vento tenendo la testa alta proprio quando tutti hanno scelto di abbassarla . Ma è proprio questa la differenza tra noi fornai e tutti gli altri.


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.